domenica, Luglio 21, 2024
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Su una paretebis

Su una parete della scuola di Barbiana, di fronte alla scritta “I CARE” ce n’è un’altra altrettanto significativa: è  tratta dal componimento di un ragazzo sud-americano e cita:”EL NINO QUE NO ESTUDIA NO ES BUEN REVOLUCIONARIO”. Sui binari di questi due grandi  valori si sviluppa la singolare esperienza di don  Lorenzo Milani  coi ragazzi di Barbiana.

Oggi Barbiana è per tanti un punto di riferimento ed è vissuta come simbolo di una realtà che ha preso coscienza di sé e si è impegnata a far uscire dall’emarginazione quanti erano destinati a rimanere dimenticati e vinti.

Don Lorenzo Milani fu scacciato lassù a 31 anni perché il suo modo di fare il prete, con i piedi saldamente piantati nella società e schierato contro l’ingiustizia sociale e civile che subivano i più deboli, disturbava i potenti dentro e fuori la chiesa.

Allora Barbiana era  solo una località di montagna senza popolo, senza futuro e senza speranza. In quel niente doveva essere ingoiato e sparire. Lui ubbidì e accettò l’esilio, ma non si arrese e per continuare a  vivere,  inventò una scuola per 6 piccoli figli di contadini ; anzi non inventò una scuola, ma un modo diverso di fare scuola.

Quella scuola si pose subito al servizio della verità, della liberta di giudizio e di pensiero, con un maestro che indicava sempre obbiettivi alti e nobili per cui studiare, impegnando tutto se stesso per costruire l’uomo nuovo, l’uomo del domani, che esce dall’emarginazione attraverso l’impegno e il dominio della parola.

Per educare a questo don Lorenzo sapeva che occorreva grande coerenza e tenere alta la qualità della scuola, perché la bassa qualità blocca la crescita morale etica di una collettività. Come sapeva che l’insegnante per essere credibile deve essere lo specchio di ogni virtù e testimoniare con l’esempio  della propria vita.

C’erano alle spalle 9 anni di questa scuola e formazione quando, nel febbraio del 1965, reagì contro i cappellani militari che avevano trattato da vili dei ragazzi in galera per un ideale:  il rifiuto di imparare ad uccidere.

La lettera ai cappellani militari è il primo scritto pubblico che esce da Barbiana dopo nove anni di silenzio:  là dentro c’è l’uomo nuovo schierato con i poveri e con  gli oppressi del mondo intero che va ben oltre l’obiezione di coscienza. E’ un lucido atto di accusa che coinvolge non solo l’autorità dello Stato e i rappresentanti del potere legislativo e militare, ma anche tutti coloro che hanno la responsabilità e rappresentanza dei cittadini in uno Stato democratico richiamandoli alle loro responsabilità, spesso tradite,  di servire verità e giustizia.

L’attualità di quello scritto, oltre allo spessore civile e sociale che evoca,  sta nel far sentire il germoglio della vergogna a chi  camuffa la propria  brama di potere e opportunità di parte con la falsa affermazione di operare  per  rispondere alla sete  di giustizia e eguaglianza sociale.

Di fronte a certe disinvolture con cui si feriscono in nome del popolo sovrano diritti fondamentali  del    popolo sovrano,  senza sentire disagio, è difficile non correre col pensiero all’insegnamento di don Lorenzo Milani e della sua scuola.

Il Presidente della Fondazione don Milani
Michele Gesualdi