La Scuola di Barbiana

Lettera dei ragazzi di Barbiana ai ragazzi di Piadena

Barbiana, 1.11.1963
Cari ragazzi,
questa lettera ha cinque capitoli. I ragazzi di prima media anno preparato i primi due. I più grandi gli altri.

1. BARBIANA
Barbiana è sul fianco nord del monte Giovi, a 470 metri sul mare.
Di qui vediamo sotto di noi tutto il Mugello che è la valle della Sieve affluente dell’Arno.
Dall’altra parte del Mugello vediamo la catena dell’Appennino.
Barbiana non è nemmeno un villaggio, è una chiesa e le case sono sparse tra i boschi e i campi.
I posti di montagna come questo sono rimasti disabitati. Se non ci fosse la nostra scuola a tener fermi i nostri genitori anche Barbiana sarebbe un deserto. In tutto ci sono rimaste 39 anime.
I nostri babbi sono contadini o operai.
La terra è molto povera perché le piogge la portano via scoprendo il sasso. L’acqua scorre via e va in pianura. Così i contadini mangiano tutti i loro raccolti e non possono vendere nulla.
Anche la vita degli operai è dura. Si levano la mattina alle cinque, fanno sette chilometri per arrivare al treno e un’ora e mezza di treno per arrivare a Firenze dove lavorano da manovali.
Tornano a casa alle otto e mezzo di sera.
In molte case e anche qui a scuola manca la luce elettrica e l’acqua. La strada non c’era.
L’abbiamo adattata un po’ noi perché ci passi una macchina.

2. LA NOSTRA SCUOLA
La nostra scuola è privata.
È in due stanze della canonica più due che ci servono da officina.
D’inverno ci stiamo un po’ stretti. Ma da aprile a ottobre facciamo scuola all’aperto e allora il posto non ci manca!
Ora siamo 29. Tre bambine e 26 ragazzi.
Soltanto nove hanno la famiglia nella parrocchia di Barbiana.
Altri cinque vivono ospiti di famiglie di qui perché le loro case sono troppo lontane.
Gli altri quindici sono di altre parrocchie e tornano a casa ogni giorno: chi a piedi, chi in bicicletta, chi in motorino. Qualcuno viene molto da lontano, per es. Luciano cammina nel bosco quasi due ore per venire e altrettanto per tornare.
Il più piccolo di noi ha 11 anni, il più grande 18.
I più piccoli fanno la prima media. Poi c’è una seconda e una terza industriali.
Quelli che hanno finito le industriali studiano altre lingue straniere e disegno meccanico. Le lingue sono: il francese, l’inglese, lo spagnolo e il tedesco. Francuccio che vuol fare il missionario comincia ora anche l’arabo.
L’orario è dalle otto di mattina alle sette e mezzo di sera. C’è solo una breve interruzione per mangiare. La mattina prima delle otto quelli più vicini in genere lavorano in casa loro nella stalla o a spezzare legna.
Non facciamo mai ricreazione e mai nessun gioco.
Quando c’è la neve sciamo un’ora dopo mangiato e d’estate nuotiamo un’ora in una piccola piscina che abbiamo costruito noi.
Queste non le chiamiamo ricreazioni ma materie scolastiche particolarmente appassionanti! Il priore ce le fa imparare solo perché potranno esserci utili nella vita.
I giorni di scuola sono 365 l’anno. 366 negli anni bisestili.
La domenica si distingue dagli altri giorni solo perché prendiamo la messa.
Abbiamo due stanze che chiamiamo officina.
Lì impariamo a lavorare il legno e il ferro e costruiamo tutti gli oggetti che servono per la scuola.
Abbiamo 23 maestri! Perché, esclusi i sette più piccoli, tutti gli altri insegnano a quelli che sono minori di loro. Il priore insegna solo ai più grandi. Per prendere i diplomi andiamo a fare gli esami come privatisti nelle scuole di stato.

3. PERCHÉ VENIVAMO A SCUOLA SUL PRINCIPIO
Prima di venirci, né noi né i nostri genitori, sapevamo cosa fosse la scuola di Barbiana.
Quel che pensavamo noi.
Non siamo venuti tutti per lo stesso motivo.
Per noi barbianesi la cosa era semplice:
La mattina andavamo alle elementari e la sera ci toccava andare nei campi. Invidiavamo i nostri fratelli più grandi che passavano la giornata a scuola dispensati da quasi tutti i lavori.
Noi sempre soli, loro in compagnia. A noi ragazzi ci piace fare quel che fanno gli altri. Se tutti sono a giocare, giocare, qui dove tutti sono a studiare, studiare.
Per quelli delle altre parrocchie i motivi sono stati diversi:
Cinque siamo venuti controvoglia (Arnaldo addirittura per castigo).
All’estremo opposto due abbiamo dovuto convincere i nostri genitori che non volevano mandarci (eravamo rimasti disgustati dalle nostre scuole).
La maggioranza invece siamo venuti d’accordo coi genitori.
Cinque attratti da materie scolastiche insignificanti: lo sci o il nuoto oppure solo per imitare un amico che ci veniva.
Gli altri otto perché eravamo davanti a una scelta obbligata: o scuola o lavoro. Abbiamo scelto la scuola per lavorare meno.
Comunque nessuno aveva fatto il calcolo di prendere un diploma per guadagnare domani più soldi o fare meno fatica. Un pensiero simile non ci veniva spontaneo. Se in qualcuno c’era, era per influenza dei genitori.
Quel che pensavano i nostri genitori.
Pare invece che questi calcoli siano normali nei genitori, almeno a giudicare dai nostri.
Non ci siamo sentiti dire che: «Bada di passare! Se passi ti fo un regalo! Se bocci ne buschi!
Vuoi zappare come io pa’? Guarda quello col diploma che posto s’è fatto!».
A sentir loro sembrerebbe che al mondo non ci fosse che il problema di noi stessi, del denaro, di farsi strada.
Cioè sembrerebbe che ci educhino all’egoismo. Mentre invece per tante altre cose ci danno esempio di generosità: aiutano volentieri il prossimo e anche la loro cura per noi è un continuo dimenticarsi di se stessi. Spesso le loro parole non riflettono il loro vero pensiero, ripetono soltanto quel che il mondo usa dire.

4. PERCHÉ VENIAMO A SCUOLA ORA
A poco a poco abbiamo scoperto che questa è una scuola particolare: non c’è né voti, né pagelle, né rischio di bocciare o di ripetere. Con le molte ore e i molti giorni di scuola che facciamo, gli esami ci restano piuttosto facili, per cui possiamo permetterci di passare quasi tutto l’anno senza pensarci. Però non li trascuriamo del tutto perché vogliamo contentare i nostri genitori con quel pezzo di carta che stimano tanto, altrimenti non ci manderebbero più a scuola.
Comunque ci avanza una tale abbondanza di ore che possiamo utilizzarle per approfondire le materie del programma o per studiare di nuove più appassionanti.
Questa scuola dunque, senza paure, più profonda e più ricca, dopo pochi giorni ha appassionato ognuno di noi a venirci. Non solo: dopo pochi mesi ognuno di noi si è affezionato anche al sapere in sé.
Ma ci restava da fare ancora una scoperta: anche amare il sapere può essere egoismo.
Il priore ci propone un ideale più alto: cercare il sapere solo per usarlo al servizio del prossimo, per es. dedicarci da grandi all’insegnamento, alla politica, al sindacato, all’apostolato o simili.
Per questo qui si rammentano spesso e ci si schiera sempre dalla parte dei più deboli: africani, asiatici, meridionali, italiani, operai, contadini, montanari.
Ma il priore dice che non potremo far nulla per il prossimo, in nessun campo, finché non sapremo comunicare.
Perciò qui le lingue sono, come numero di ore, la materia principale.
Prima l’italiano perché sennò non si riesce a imparare nemmeno le lingue straniere.
Poi più lingue possibili, perché al mondo non ci siamo soltanto noi.
Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre.

5. TRA IL DIRE E IL FARE C’È DI MEZZO IL MARE
A tutti noi piacerebbe vivere oggi e per tutta la vita all’altezza di questi ideali. Però, sotto la pressione dei genitori, del mondo borghese e di un po’ di egoismo nostro, siamo continuamente tentati a ricascare nella cura di noi stessi.
Nostra debolezza.
Per es. uno dei più grandi, già bravissimo in matematica, passava le nottate a studiarsene dell’altra. Un altro, dopo sette anni di scuola qui, s’è voluto iscrivere a elettrotecnica.
Alcuni di noi ogni tanto son capaci di trascurare una discussione per mettersi a contemplare un motorino come ragazzi di città.
E se oltre al motorino avessimo a disposizione anche cose più stupide (come il televisore o un pallone) non possiamo garantirvi che qualcuno non avrebbe la debolezza di perderci qualche mezz’ora.
Pressione dei nostri genitori e del mondo.
A nostra difesa però c’è che ognuno di noi è libero di lasciare la scuola in qualsiasi momento, andare a lavorare e spendere, come usa nel mondo.
Se non lo facciamo non crediate che sia per pressione dei genitori. Tutt’altro! Specialmente quelli che abbiamo già preso la licenza siamo continuamente in contrasto con la famiglia che ci spingerebbe al lavoro e a far carriera. Se diciamo in casa che vogliamo dedicare la nostra vita al servizio del prossimo, arricciano il naso, anche se magari dicono di essere comunisti.
La colpa non è loro, ma del mondo borghese in cui sono immersi anche i poveri. Quel mondo preme su di loro come loro premono su di noi.
Ma noi siamo difesi da questa scuola che abbiamo avuto, mentre loro poveretti non hanno avuto né questa né altra scuola.

Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

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