Parti uguali fra disuguali
Il tetto del 30% e la lezione di Barbiana
Per difendere la proposta di un tetto del 30% di presenza di studenti stranieri in ogni classe, la premier Meloni ha citato una circolare del 1990 firmata da Sergio Mattarella, allora ministro della Pubblica Istruzione. Ma quella circolare, la n. 205, parlava di educazione interculturale. Suggeriva, “ove possibile”, di evitare concentrazioni di alunni dello stesso gruppo linguistico, con un solo scopo dichiarato: l’integrazione. Il criterio era la lingua, non il passaporto, dentro un progetto di accoglienza.
Il limite del 30% in realtà esiste già dal 2010, con la circolare Gelmini, da applicare “di norma” e con deroghe. Il governo vuole ora renderlo più vincolante con una legge.
Al di là del fatto che non è una novità, i numeri raccontano altro: circa due terzi degli alunni senza cittadinanza italiana sono nati in Italia. Una percentuale basata sulla cittadinanza racconta allo stesso modo della bambina nata a Bologna, che parla l’italiano come i compagni, e del ragazzo arrivato da un mese. Misura un dato anagrafico, non un bisogno educativo.
È la lingua che fa eguali
A Barbiana don Lorenzo Milani aveva capito ciò che la politica di oggi fatica a vedere. In Lettera a una professoressa leggiamo che è solo la lingua che fa eguali. Non la cittadinanza, non l’origine: la capacità di parlare, capire, scrivere, difendersi con le parole, argomentare, saper ragionare e pensare a parole.
Per questo la risposta di Barbiana alla diseguaglianza non è mai stata distribuire i ragazzi. È stata dare loro più scuola: più ore, più attenzione, più parola. I figli dei contadini del Mugello non erano “troppi” in una classe. Erano ragazzi a cui la scuola e la società avevano precluso la lingua, e a loro bisognava restituirla.
In quelle stesse pagine c’è una frase che ogni legislatore dovrebbe tenere sulla scrivania: “Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali fra disuguali”. Un tetto del 30% non può essere uguale per una città e per un paese dell’Appennino : le realtà sono diverse fra di loro. Chi lavora nella scuola conosce il rischio concreto. Dove la presenza di studenti i famiglie migranti è concentrata, applicare rigidamente una quota significa spostare bambini, allungare tragitti, allontanare le famiglie dalla scuola del quartiere. Una scuola che manda altrove i più fragili per rispettare una percentuale diventa ciò che don Milani temeva: “un ospedale che cura i sani e respinge i malati”, una scuola che invece di ridurre le disuguaglianze, le rafforza.
Il problema serio e le risposte serie
Le classi in cui le difficoltà linguistiche rendono più difficile insegnare e imparare esistono, e chi sta in aula lo sa. Proprio per questo non basta uno slogan o una percentuale. Servono docenti di italiano come lingua seconda, stabili e in numero adeguato, e laboratori intensivi per chi arriva. Servono mediatori culturali, tempo pieno, organici rafforzati nelle scuole che accolgono di più e che per molti ragazzi diventano l’unico luogo dove l’italiano si pratica ogni giorno. E serve una riflessione onesta sulla cittadinanza di ragazzi e ragazze che italiani lo sono già in tutto, tranne che sulla carta. Sono risposte costose e poco spendibili in un titolo. Una percentuale, invece, sta bene in un comizio. Ma quando la complessità diventa un fastidio, a pagare sono sempre gli ultimi della classe.
I care
Sul muro della scuola di Barbiana c’à scritto tuttora I care: mi importa, mi sta a cuore. E’ l’esatto contrario del “me ne frego”. Il motto esprime una concezione della scuola fondata sulla responsabilità e sull’attenzione a chi rischia di rimanere indietro. E’ l’impegno essenziale della scuola di Barbiana: ridurre le disuguaglianze e formare coscienze pensanti e cittadini consapevoli e critici, non più deboli per ignoranza, ma forti per conoscenza. Per questo gli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione tutelano la libertà della cultura, della scienza e dell’insegnamento, garantiscono a tutti il diritto allo studio e impegnano la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che impediscono la reale uguaglianza delle persone. Don Milani scriveva che il problema degli altri è uguale al proprio: “sortirne tutti insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. La scuola della Costituzione non divide i ragazzi in italiani e stranieri. Se proprio deve dividerli, lo fa tra chi ha già gli strumenti e chi non li ha ancora, per dare di più a questi ultimi. È la stessa scelta di campo che don Milani fece nel 1965: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri».
Aspettiamo il testo della norma. Speriamo che parli di lingua, di insegnanti e di risorse e che garantisca il “laddove possibile” come la circolare di Mattarella del 1990. Se parlerà solo di percentuali, sarà un brutto capitolo della nostra storia.

