Le date cristiane
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Quando don Lorenzo arrivò a Barbiana trovò il niente. Barbiana non era un paese, non era un villaggio, ma solo una canonica e una chiesa ormai senza popolo, senza futuro, senza speranza. Solo quaranta anime sparse in poche case isolate tra loro. Senza strada senza acqua, senza luce, senza scuola. Su quel monte, tra quei pastori e contadini si trovava la somma di miserie e di ingiustizie sociali.

A Barbiana don Lorenzo vive dal di dentro i meccanismi che tenevano quei contadini e come loro tutti i contadini e montanari del mondo, in condizione d’ inferiorità.

Di fronte all’ingiustizia che riteneva essere il male sociale più grave del nostro secolo lui vibra di dolore e di fede ed apre ai poveri lo scrigno con i segreti più cari custoditi dalla casta da cui proveniva: la cultura, il sapere, dominare la parola.
Così per i primi sei ragazzi del popolo che nel 1956 finirono le elementari organizzò in canonica una scuola post elementare. Una scuola unica al mondo, unica per allievi, unica per orari, per obiettivi, per metodi e per insegnamenti.

Una scuola poverissima dove tutto di costruiva giorno per giorno con i ragazzi: dai tavoli alle sedie, dalle carte geografiche agli strumenti didattici.
Una scuola severa e impegnativa con tante ore a disposizione per cui poteva approfondire tutto a lungo.
Una scuola che poneva al ragazzo obiettivi alti e mai legati all’interesse individuale, ma sempre guardando all’umanità sofferente.
In Lettera a una professoressa questo concetto lo esprime con la celeberrima frase: "uscire da soli dai problemi è l’avarizia, uscirne insieme è la politica."
Uscire insieme dai problemi come classe, dove la scelta di classe era la scelta dei prediletti da Dio, prediletti perchè poveri, prediletti perchè ultimi. Era un modo nuovo di vedere tutta la realtà sociale. Quella scuola non accettava l’emarginazione dei più deboli come un fatto naturale, non eliminabile, ma al contrario il mondo ingiusto lo potevano cambiare i poveri una volta che lo avevano giudicato con mente aperta come la può avere solo un povero che è stato a scuola.
Poi a don Lorenzo la scuola riusciva perchè sapeva testimoniare con coerenza ciò che diceva. Non vi era mai rottura tra il dire e il fare.
Sul piano divino, diceva, ci vuole la grazia, su quello umano ci vuole l’esempio.
Nel suo caso, la forza della fede e quella dell’esempio diventavano amore per la gente che aveva scelto, al punto tale che gradualmente diventò uno di loro, vedeva le cose con lo stesso occhio del povero, pensava e parlava come loro. Era proprio cambiato dal di dentro e si era spogliato di tutto, perfino della firma di Lettera a una professoressa per non morire signore, cioè autore di libri.
Era un amore così esclusivo per i poveri che in ultimo ne ebbe paura se sentì il bisogno di scrivere nel testamento che aveva voluto più bene al dio povero che a quello vero, ma sperava che Dio tutto avrebbe scritto a suo favore.
In quella scuola sono cresciuti i figli dei contadini, rendendoli uomini liberi e non rassegnati, ma forse su quei monti è anche cresciuto il concetto di chiesa universale che ha fatto emergere quell’esigenza più profonda dell’uomo a cui solo in nome di Dio si possono dare le risposte più forti e adeguate.
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