Lettere da Calenzano

Cappellano nella parrocchia di San Donato nel comune di Calenzano

Dopo la breve parentesi a Montespertoli Lorenzo è stato nominato cappellano a S. Donato di Calenzano. Calenzano è un grosso borgo vicino a Prato. Proposto era dan Daniele Pugi, illuminatissimo vecchio prete che ha sempre tentato di capire Lorenzo e lo ha costantemente difeso anche se le nuove idee e iniziative di Lorenzo non erano sempre conformi alle sue abitudini. In seguito Lorenzo diceva spesso che Giovanni XXIII gli ricordava il proposto.

S. Donato a Calenzano, 10 ottobre 1947
Cara mamma,
mi affretto a darti tutte le belle notizie di qui perché tu ti consoli un po’. È tanti anni che aspettavo questo giorno, non di lasciarti naturalmente, ma d’avere un mestiere e di guadagnare! Per me è sempre venuto prima di ogni altro sogno d’apostolato o altro, e poi anche per l’apostolato è la premessa necessaria. Sicché ora sono felice e vorrei che tu lo fossi anche te. Ieri sera son arrivato che pioveva, ma c’era sotto l’acqua una quindicina di ragazzi e giovanotti a aspettarmi e che m’hanno accompagnato in corteo fino a casa e poi si sono attaccati alle campane e hanno suonato un gran doppio a distesa per annunciare l’arrivo del tanto atteso cappellano. Oggi poi m’ha mandato (1) a girare i malati. Ne ho visti 13, confessati e ascoltate tutte le loro malattie e acciacchi. Così ho girato quasi tutto il popolo sempre sotto l’acqua e sempre con una banda di ragazzi dietro con gli ombrelli. Domattina il proposto porta loro la Comunione.

Qui poi ho trovato una cameretta pieni di brutti mobili, ma così accuratamente pensata, fiori, pennini nuovi, penna, calamaio, gomma, matita appuntata, buste, fiammiferi, rotolino di carta appiccichente!, tovagliette, tovagline, tovagliucce, santini ecc, ecc. e poi cura esagerata per spolverare tonache e scarpe tre volte il giorno, portarmi un caffè o una tazza di latte caldo o un vermout nelle ore più impensate, venire ogni momento a domandarmi se mi manca nulla ecc. ecc. Ieri sera minestra, coniglio con spinaci, pecorino, frutta. Oggi pastasciutta, baccalà alla livornese ottimo di cui ho fatto una scorpacciata, solito pecorino e frutta. Pane abbondantissimo sempre in tavola. Nel pomeriggio prima di partire per il giro caffè, appena tornato latte bollente col pane e stasera il proposto è andato apposta a Sesto a cercarmi della marmellata. Insomma ti puoi contentare (se dura così). Le merende intermedie ci pensano loro e per ora non mi mandare nulla. Voleva pagarmi l’olio e lo zucchero e c’è rimasto un po’ male ch’io abbia rifiutato. Guadagnerò circa 4000 al mese. Per grande fortuna poi non c’è l’usanza degli uffizi, si esce solo quando c’è qualche morto. Stasera un malato m’ha offerto una busta gonfia e io stupidamente l’ho rifiutata a tutti i costi.
Ieri son stato a Careggi da un mio ragazzo e poi da don Bartoletti [1], dove ci siamo un po’ presi a parole perché eravamo stanchi tutti e due. Finalmente s’è deciso a prendere spontaneamente Franco, ma a Franco lo deve dire il proposto. Poi ci siamo lasciati in perfetto accordo.
Per la prossima spedizione scrivi: per il Capp. di S. Donato, presso Carlo il bottegaio al Donnini di Calenzano.
Telefono nella fattoria già del Comm. Carmine , è proprio qui la porta accanto, ma se telefoni spesso preferisco il telefono pubblico. Se invece è urgente è meglio alla fattoria perché è qui vicino.
Ora ho cenato e son le 9 e mezzo e vado a letto. Menu: minestra, sardine sott’olio, frittata con puré di fagioli, cacio e frutta.
Spero che potrai mandarmi presto la roba. Specialmente calzoni (oggi avevo preso tant’acqua che me li son dovuti levare e non avevo da cambiarli! per fortuna nessuno m’ha alzata la tonaca). Le scarpe appena risolate da Gino (quelle basse) fanno acqua perché hanno uno spacco da parte a parte nel mezzo della suola. Diglielo. Se poi non arrivano quelle nuove mandami quelle vecchie basse.
E ora vado a letto. Tanti tanti baci e a presto tuo
Lorenzo

[1] Don Bartoletti era diventato rettore del Seminario Minore, in cui desiderava entrare Franco.

Da Lettere alla mamma

Cappellano a San Donato

di Michele Gesualdi

Don Lorenzo è rimasto cappellano a San Donato per sette anni dal 9/10/47 all’8/12/54, durante questi anni di apostolato aveva fatto il prete diversamente (aveva cercato gli ultimi, i più bisognosi, si era schierato con i più deboli, aveva condiviso le loro ragioni, si era opposto allo sfruttamento sul lavoro dei suoi ragazzi, aveva applicato il Vangelo senza alibi né compromessi. In questo suo impegno si era allontanato, forse senza nemmeno accorgersene, dai metodi della Chiesa regnante che vedeva cattolici al potere a livello nazionale e locale, le porte delle fabbriche che si aprivano alle raccomandazioni dei preti. Quella Chiesa che vedeva curare il mondo tradizionale cattolico e non i distanti.
A Calenzano organizza la scuola popolare per i giovani del popolo come mezzo per evangelizzare. La scuola non era il fine ma il mezzo per parlare di Dio e evangelizzare. Per parlare di Dio occorreva che la parola arrivasse, fosse assimilata, incidesse nella mente e nei cuori dei giovani. Era difficile che questo potesse avvenire se la parola non era posseduta, non era capita, non era viva, non era capace di aprire la mente.
Era la scuola il mezzo per dare la parola e raggiungere mete ben più alte. “E’ tanto difficile che uno cerchi Dio – scriveva in Esperienze pastorali – se non ha sete di conoscenza. Quando con la scuola avremo risvegliato nei nostri giovani operai e contadini quella sete sopra ogni altra sete o passione umana, portarli poi a porsi il problema religioso sarà un giochetto.
Saranno simili a noi, potranno vibrare di tutto ciò che fa vibrare noi.
Tutto il problema si riduce qui, perchè non si può dare che quello che si ha. Ma quando si ha, il dare viene da sé, senza neanche cercarlo, purché non si perda tempo. Purché si avvicini la gente su un livello da uomo, cioè a dir poco un livello di parole e non di gioco. E non una parola qualsiasi di conversazione banale, di quelle che non impegna nulla di chi la dice e non serve a nulla in chi l’ascolta. Una parola come riempitivo di tempo, ma parola scuola, parola che arricchisce”.
Ma la scuola forma anche lui prete. “Devo tutto quello che so ai giovani operai e contadini cui ho fatto scuola. Quello che loro credevano di stare imparando da me, son io che l’ho imparato da loro.
Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi mentre loro mi hanno insegnato a vivere.
Son loro che mi hanno avviato a pensare lo cose che sono scritte in questo libro. Sui libri delle scuola io non le avevo trovate. Le ho imparate mentre le scrivevo e le ho scritte perchè loro me le avevano messe nel cuore.
Son loro che han fatto di me quel prete da quale vanno volentieri a scuola, del quale si fidano più che dei loro capi politici per il quale fanno qualsiasi sacrificio, dal quale non si confessano a ogni peccato senza aspettare che sia festa.
Io non ero così e perciò non potrò mai dimenticare quel che ho avuto da loro.”
Se a San Donato la scuola era inserita in un preciso programma pastorale, a Barbiana la scuola la inventò per continuare a vivere.